A volerla trovare, una differenza tra i due personaggi c'è. Tutta politica, anche se non dipende esattamente da loro. Al primo, per sua stessa ammissione, «le primarie non le chiedono i miei avversari dentro la mia stessa maggioranza: perché dovrei chiederle io?». Al secondo, le primarie le chiedono in diversi: e una parte di chi non le chiede apertamente, sotto sotto ci spera e ci lavora. Il primo è Nichi Vendola, governatore della Puglia; il secondo Renato Soru. Insieme al dibattito organizzato da Rifondazione comunista, su autonomia e rinascita, che è pure il tema del quarto congresso regionale del partito. Allora il presidente della Sardegna coglie la palla al balzo: «Aspetterò due settimane il possibile candidato per le primarie di coalizione. Trascorso questo tempo il candidato del centrosinistra sarò io». La dice così, semplicemente.
Poi la spiega bene: dice di essere favorevole alle primarie, sempre, ma anche che la consultazione «non deve servire per farci perdere le elezioni. E io non voglio ascoltare tanto quelli che vogliono perdere le elezioni». Il ragionamento è netto: le elezioni regionali sono molto più vicine di quanto possano sembrare, allora è inutile e dannoso perdere altro tempo. C'è una campagna elettorale da iniziare in modo chiaro, quindi «è necessario che le primarie, da fare non sui nomi ma sui progetti dei candidati, si debbano tenere entro gennaio, anche per dare modo al vincitore di farla con una coalizione compatta». Quindici giorni sono un tempo ragionevole «per presentare un programma, raccogliere le firme e fare il nome di un candidato».
In un colpo solo da una parte mette gli alleati davanti alla chance di presentare un nome alternativo al suo, e tutti quelli che lo chiedevano potrebbero rispondere. Dall'altra è un messaggio anche per il centrodestra: noi ci siamo. E non è poco, visto che dall'altra parte è sfumata l'opzione Beppe Pisanu, unico in grado di accontentare tutti, e si pensa di lavorare al programma prima del candidato: lì non ce n'è neppure uno, anche se potranno contare sulla macchina organizzativa di Silvio Berlusconi e sull'apporto neanche tanto indiretto di diversi ministri pronti a parlare qui e là della Sardegna.
È l'unico momento in cui Soru si prende tutta la scena. E pure gli applausi convinti del popolo di Rifondazione: che questi due, lui e Vendola, piacciono. Luciano Uras, capogruppo in Consiglio regionale, li presenta come «due tra i presidenti con più personalità per capacità propositiva, guardati dalle altre regioni come un esempio». Piacciono, questi due personaggi, e si piacciono pure a vicenda. Rispondono alle domande di Filippo Peretti, de “La Nuova Sardegna” e presidente dell'Ordine dei giornalisti isolano, dicendo cose tipo: «Adesso, Renato, ti dico questa cosa», oppure «forse Nichi non sa che...».
E invece le sanno, le cose. Perché sono molto simili, i risultati e gli obiettivi: anche se uno viene da Rifondazione e l'altro dal Partito democratico. C'è l'interesse per la scuola e l'istruzione, a esempio, con l'assegno di merito per gli studenti sardi («Seimila euro l'anno a fondo perduto», ricorda Soru, «perché prima di darli a imprenditori che vengono qui in Sardegna per aprire una fabbrica e poi se ne vanno, preferiamo permettere ai figli della nostra terra di studiare tranquillamente») o la sede del Dams a Lecce (perché, rilancia Vendola «molti degli studenti che vanno a Bologna arrivano dal Salento, e chissà quante famiglie non potranno più premetterselo»).
C'è l'interesse per l'ambiente, con il piano paesaggistico in Sardegna e la ripulitura dall'amianto di diverse spiagge in Puglia; c'è l'attenzione per le fonti energetiche rinnovabili ma non per lo sfruttamento selvaggio a favore di pochi imprenditori; c'è la sanità insieme alla necessità di ridurre i costi della politica e snellire la pubblica amministrazione: ereditate dalle precedenti giunte di centrodestra in condizioni molto diverse da quelle attuali. E così via, secondo due percorsi che sono molto simili in tutte le idee generali: anche per quanto riguarda gli investimenti in porti e aeroporti, non solo come strumento per far arrivare turisti ma per aprirsi al mondo. Che è vasto , e non è che siccome una è un'isola e l'altra il tacco d'Italia le due regioni devono restare chiuse in sé stesse.
A pensarci, è proprio l'idea delle due terre proiettate sul mondo a rendere Soru e Vendola così simili. Al di là del documento sottoscritto due giorni fa a Palermo insieme alle altre regioni del Mezzogiorno, dai termini - fa notare Peretti - forse un po' antiquati. Però il punto era mettere in evidenza che c'è un sud che ha voglia di fare, di rilanciarsi: «Non è tutto Gomorra, se ci convinciamo di questo», dice Vendola, «allora è proprio finita».
Il richiamo alla questione meridionale sta tutto lì: non più quella in voga sino a 20 anni fa, quanto una replica alla questione settentrionale venuta fuori in questi anni. La prima basata su unificare e sulla speranza della crescita, dicono, la seconda sulla separazione e sulla paura. Allora c'è una sola via: «Dobbiamo essere meglio del nord e, allo stesso tempo», è Soru a spiegarla, «stare attenti a non farci fregare».
Differenze pochissime. Fatica, Peretti, a farli andare in contraddizione tra loro. Se Soru è accusato di dirigismo, Vendola chiarisce che per lui l'accusa è di essere un poeta: «Ma ho abbandonato Foscolo per le delibere», dice e sorride. Prendono applausi, tanti e convinti, alla fine di questo incontro. Vengono da strade diverse e si sono incontrati, parlano alla stessa gente e piacciono in maniera uguale. In un caso e nell'altro, non sarà poesia. Ma empatia, quella sì.
Fonte Altravoce - di Marco Murgia
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